“Iran. Le proteste? Difficile uno sbocco positivo”

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“La rabbia  è nata dal crollo delle speranze nate con il Jcpoa” dice la giornalista e scrittrice Luciana Borsatti “e la colpa è anche dell’Europa”

“Se si vuole correttamente guardare alle proteste di queste settimane in Iran, si deve considerare anche quella grande manifestazione di esultanza di tanti giovani iraniani che seguì, il 14 luglio 2015 nelle stesse strade di Teheran dove si manifesta oggi, alla firma dell’accordo sul nucleare iraniano”. Lo ha evidenziato Luciana Borsatti, giornalista e autrice dei libri L’Iran al tempo di Trump e L’Iran al tempo di Biden (Castelvecchi), parlando ieri agli studenti di master e dottorato dell’Università degli Studi internazionali di Roma-Unint, nell’ambito dell’insegnamento Institutional and Political Framework in the Islamic World tenuto dal prof. Ciro Sbailò. 

“Le richieste odierne di libertà e giustizia dei manifestanti dopo la morte di Masha Amini e i loro slogan contro i vertici del sistema” –  ha proseguito – “hanno almeno in parte radice proprio nella caduta di quelle speranze in un maggiore benessere e in una possibile e non traumatica riforma interna della Repubblica Islamica che molti nutrivano dopo quell’intesa. L’uscita unilaterale degli Usa di Trump da quell’accordo, non ancora ripristinato dal suo successore Biden, hanno avuto come conseguenza le peggiori sanzioni mai imposte all’Iran nell’ultimo quarantennio, e la sconfitta di quella classe politica moderata che con l’accordo del 2015 aveva mostrato una volontà di apertura verso l’Occidente”.

Ma mentre le sanzioni hanno impoverito le classi medie e arricchito l’oligarchia politica ed economica al potere – ha sottolineato ancora la giornalista – “le fazioni ultranazionaliste e ultraconservatrici e i potentati incarnati dalle Guardie della Rivoluzione hanno conquistato il controllo totale del Governo e del Parlamento della Repubblica, e impresso un ormai intollerabile giro di vite repressivo sulle libertà personali e civili. Per questo le proteste di questi giorni, cui il sistema risponde con violenza omicida, non si limitano a una semplice rivolta delle donne e dei loro giovani coetanei contro l’obbligo del velo, ma investono i vertici stessi della Repubblica Islamica e i drammatici effetti economici e sociali di malgoverno e corruzione”.

Ma se tutto questo accade,  ha rilevato la Borsatti “è anche perché l’Europa, incapace di tenere fede agli impegni presi nel 2015, ha lasciato sola la società civile iraniana, favorendo la definitiva sconfitta della parte dialogante del suo establishment e l’arroccamento di quella più conservatrice e repressiva. Difficile ora pensare ad uno sbocco positivo delle proteste, considerata la mancanza di una leadership e di una proposta politica interna e il pugno duro usato contro i manifestanti del sistema: se non forse un allentamento dei controlli sull’obbligo del velo, in attesa che la vera partita politica si giochi con la successione ad Ali Khamenei ai vertici della Repubblica Islamica”.

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